| Sulle prime può intenerire che qualcuno pensi di combattere personalmente la serializzazione, realizzando dei pezzi “a mano”, ma ciò può anche rispondere ad un'esigenza reale e ad un tentativo di salvezza nell'oceano in tempesta. Coleen Corradi a tal proposito scrive: “L'autore cura tutte le fasi della creazione, senza interventi fotomeccanici o automatizzati…”
La dimensione ridotta delle stampe, soprattutto d'acqueforti e acquatinte su supporto metallico, è ritenuta idonea all'ottenimento di un risultato soddisfacente. Anche i monotipi rappresentano una mediazione tra l'incisione, che ha quelle caratteristiche di cui s'è detto, e il pezzo unico dipinto ad olio. In più il mondo dell'artista in questione è incantato, volutamente incantato, pervaso di ritmi magici come in un gioco d'automi e di figure che si muovono seguendo il suono di un carillon. Vi si leggono diverse tensioni che concorrono all'esito finale. La principale tra esse è una reminiscenza cambiata di segno degli studi di lingue effettivamente compiuti, tendenti questa volta alla confusione delle stesse, proprio nel senso che i predicatori itineranti tedeschi del '500 scambiavano la parola “Bibel” con “Babel” raggiungendo così lo stadio profetico più alto, quello del delirio e della visionarietà. Qui agiscono anche la musica, la letteratura, l'architettura e infine il rumore sordo, le urla e la distruzione, che apocalitticamente riescono a trasfigurare i dati di partenza. La cosa vale soprattutto per il foglio intitolato Babel, ma per tutta la produzione su lastre rigide. La fantasia, unita alla carica iconoclastica, porta a forme che appaiono destrutturate; il loro aspetto è esaltato dall'insistere sul contrasto tra bianco e nero e dallo sviluppo nel senso dell'altezza. Le linee forza sono tormentate sulla scorta delle ricerche delle avanguardie primonovecentesche, ma avviene una continua rottura-alternanza tra linea diritte e curve che convivono come in una continua scrittura di notevole liricità.
Paolo Thea
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