Le Città invisibili di Colleen Corradi Brannigan

Prima di presentare l'opera dell'artista, mi sembra doveroso introdurre brevemente la fonte che l'ha ispirata. Partirei dalle parole di Calvino: " Questo libro nasce un pezzetto per volta, a intervalli anche lunghi, come poesie che mettevo sulla carta, seguendo le più varie ispirazioni ". L'autore, durante una conferenza tenuta alla Columbia University di New York nel marzo del 1983, ci fornisce la genesi de " Le città invisibili ", romanzo che oscilla fra il racconto filosofico e quello fantastico-allegorico. Inizialmente si trattava di ricordi di viaggi, in gran parte memorie di città visitate, annotazioni poetiche di segni ricevuti in un dato momento e in un certo luogo, a seconda degli stati d'animo dello scrittore. Da qui evocazioni di città tristi e contente, città dal cielo stellato e piene di spazzatura, di genti diverse, di spazi e impressioni, fissate come un diario. Si immagini un grande viaggiatore, Marco Polo , che presenti a Kublai Kan, imperatore dei Tartari, una serie di relazioni sui suoi viaggi in Estremo Oriente. Prende così corpo la struttura dell'opera che comprende cinquantacinque descrizioni di città, tutte con nome di donna. Queste sono suddivise in undici percorsi tematici, ognuno dei quali contiene cinque descrizioni di città. Quest'opera fu scritta da Calvino durante la prima parte del soggiorno parigino (1964 - 1970), e pubblicata nel 1972. In quegli anni egli risentì delle turbolenze del clima culturale francese, in particolare di quegli scrittori sperimentali che diedero poi vita allo "strutturalismo", corrente letteraria che tendeva a ridurre la complessità del mondo e dei suoi eventi fisici in figure ed emblemi, con la conseguenza che la scrittura si sganciava da ogni rapporto con la realtà. Ne Le città invisibili non c'è infatti traccia di realtà, tutto è mentale, perfino lo spazio ed il tempo sono rarefatti, astratti. Ma il lettore non viene mai abbandonato: i titoli dei percorsi tematici del libro ( Le città e la memoria , Le città e il desiderio , Le città e i segni , ecc.) e le singole, brevi narrazioni lo guidano nella lettura e lo portano verso riflessioni ed interrogativi sulla valenza simbolica di ogni singolo scritto.

Colleen Corradi Brannigan riesce a riproporre in modo mirabile l'idea di queste rappresentazioni cittadine. Si riconoscono sicuri spunti da Piranesi (Venezia 04/10/1720 - Roma 09/11/1778) ed Escher (Leeuwarden, 1848 - Baain, 27/03/1972): del primo sovvengono immediatamente alla mente la serie de " Le carceri " (1750-1761), dove l'occhio dello spettatore si meraviglia dell'intricato gioco di scale che l'artista ha messo in campo; del secondo, tutta quella casistica di città a percorsi intricati e impossibili ( Relatività , Ascendente e discendente ), perché salire o scendere le scale porterà sempre allo stesso punto, l'acqua ( Cascata ) non ha un'origine e una fine, ma scorre sempre dall'alto in basso e viceversa, percorrendo un unico tragitto. È un circolo continuo che non può esistere nella realtà. Il punto di fuga imposto non è unico perché entrambi gli artisti hanno voluto che fosse una studiata confusione a dettare gli estremi della visione. Allo stesso modo l'artista attua un arduo ma riuscito soggetto: le sue città prendono vita su speroni di rocce che, come nel caso di "Bauci", rimandano a raffigurazioni molto originali, perché i muri delle case e le rocce fanno un tutt'uno in verticale e non si capisce dove terminano gli uni e iniziano le altre, giungendo a una straordinaria compenetrazione tra Natura e mondo umano; oppure, restano sospese nel nulla come in " Ottavia ", dove un'esile sistema di ragnatele si arroga il diritto di sostenere interi caseggiati. Sotto, il nulla per centinaia e centinaia di metri, qua e là qualche fievole nuvola che suggerisce una visione aerea e immateriale, perché è la stessa idea di una città che in realtà non esiste. Ma la casistica delle città non si esaurisce qui. Pirra, Despina, Adelma, Argia, Olinda, Aglaura, Smeraldina, Anastasia, Andria, Eusapia, Eudossia, Ipazia, Zoe, Zobeide, Maurilia e tutte le altre partono da concezioni spaziali simili ma si sviluppano con successive iperboli, con una visione ascendente, sono messe in evidenza spaccati d'interni partendo da spaziose scalinate che girano intorno, collegandoli, i vari caseggiati, i palazzi, le case coloniche, a volte sono a esse perpendicolari. Il tema della spirale costituisce il leit-motive di molte incisioni, anche perché esso stesso simbolo del movimento, dal basso verso l'alto, come se si trattasse del raggiungimento di uno stato non più terreno (o solo terreno), ma che ha a che fare con le sfere sensibili più alte, e quindi con la divinità. In questo senso andrà vista " Olinda ", a cui fa subito eco " Anastasia ", che superba sfida le leggi della natura: le case sono costruite le une sulle altre, come castelli di sabbia dalla forma conica, megalitiche scalinate a spirale abbracciano lo spazio quasi a volerlo bloccare da un crollo imminente. Evidenti sono le somiglianze con la cupola imposta dal Borromini alla chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza a Roma, vero miracolo di ingegneria come pure prodotto rivoluzionario di una mente che non può che definirsi geniale.

Ma l'inventiva dell'artista non si esaurisce qui.

" Eusapia " assomiglia a una fortezza medioevale, arroccata come " Bauci " su uno sperone di roccia e allo stesso modo continuazione del suolo sottostante. Essa è racchiusa in un piccolo spazio, ma meno opprimente che in altre città. " Andria " costituisce una prova ben riuscita di paesaggio architettonico "molle": le strutture sembrano realizzate in materiali plastici, lo spazio si allarga e si restringe, sembra quasi accartocciarsi o meglio si affloscia, si sgonfia, come se stesse collassando su sé stesso. Il senso che se ne ricava è di forte impatto, con una visione che tende anche alla sopraffazione dell'animo umano, perché nessuno potrà negare quel senso di inquietudine a dover attraversare una città che da un momento all'altro potrebbe crollarci addosso. Simile per concezione è un'incisione della Corradi Brannigan dal titolo la Torre Eiffel , proposta in varie edizioni. Anche in questo caso, quasi con una forte impronta cubista, i piani si sfaldano e si sovrappongono gli uni agli altri, si ripiegano ma nello stesso tempo si ricostruiscono mentalmente nella testa dell'osservatore in una composizione unitaria. Anche " Argia " potrebbe essere assunta a emblema di un discorso "cubista", per gli ovvi rinvii all'avanguardia novecentesca. A prima vista sembra una massa d'argilla informe, sfaccettata, a cui l'artigiano non ha dato una forma prestabilita; essa rivela allora sin dall'inizio profonde ripercussioni di un'esistenza anomala, le sue strade non sono percorse da persone, uno stato di immobilità e di quiete aleggia sul tutto. Anche le altre città si mostrano attraverso visioni irreali, di totale abbandono al passaggio inesorabile del tempo che prima o poi spazzerà via anche la minima traccia di quelli che in passato erano stati borghi carichi di emozionalità.

Ma di esse rimarrà il ricordo, attraverso le belle immagini stampate sui libri della biblioteca di " Ipazia ": " Entrai nella grande biblioteca, mi persi tra scaffali che crollavano sotto le rilegature in pergamena, seguii l'ordine alfabetico di alfabeti scomparsi, su e giù per corridoi, scalette e ponti. Nel più remoto gabinetto dei papiri, in una nuvola di fumo, mi apparvero gli occhi inebetiti d'un adolescente sdraiato su una stuoia, che non staccava le labbra da una pipa di oppio " (da Le Città invisibili di I. Calvino). È il movimento rotatorio degli scaffali che impone una visione "centrifuga" dell'ambiente, quasi distorta come se fosse stata osservata attraverso il fondo di una bottiglia. Di nuovo realtà e irrealtà si rincorrono tra loro in un binomio che risulta indivisibile nelle visioni dell'artista.

 

Il critico del giornale Ok Arte

Dr. Gianni Gallinaro

 







Colleen Corradi Brannigan
 
 
 
 

©2005 Colleen Corradi